mercoledì, 29 agosto 2007

La storia sarebbe sicuramente più avvincente se, a questo punto, vi dicessi che Pia, a quel 3, non s'è svegliata, che ha continuato a parlare sotto ipnosi rivelando particolari sempre più scabrosi e inquietanti. Ma non è andata così. Per fortuna, aggiungo io: Pia ha aperto gli occhi, spaesata e un pò intontita. Ruth Coxall l'ha accolta con uno dei suoi sorrisi da mamma, e io ho potuto, finalmente, tirare un grosso, grasso sospiro di sollievo.

Alcune "Note" mi sembano doverose, per rispondere alle domande e alle curiosità di chi, pazientemente, ha letto le 5 puntate di Past Life Regression:

- La storia è VERA. Lo dico perchè credevo fosse scontato. Ma a cominciare dall'outing di Findarto, a catena mi è stato detto che non s'era capito per niente!

-L'ho divisa in parti per ovvii motivi di spazio e di tempo. Eppoi, tutta intera, nessuno avrebbe avuto il coraggio di leggerla!

- E' parte del contenuto di un documentario radiofonico che, insieme a Pia Cato, ho realizzato durante i miei studi in Inghilterra. Un documentario per BBC Radio4 che, per motivi burocratici, non è mai andato in onda. Evvabbè.

-  ZiaPetunia mi ha chiesto cosa pensassi di tutta questa storia:

Bene. Dopo la seduta di ipnosi ci siamo recati da uno psicologo della University of Gloucestershire, il quale ci ha candidamente ammesso di non credere a NULLA di quanto aveva ascoltato dalle registrazioni. A supporto delle sue tesi, la convinzione che la mente, sottoposta a stress prolungato (e pare che l'ipnosi sia uno stress non da poco), tenda praticamente ad "inventare". Semplicemente.

Va detto che qualche incongruenza l'abbiamo trovata, nel racconto di Pia: ricostruiamo la storia cronologicamente. Jean Lucas è morto nel 1926. Abbiamo conosciuto Sarah Jones nel 1942, all'età di 17 anni. Fin qui niente da dire. Ma, facendo due conti, presupponendo il '26 la nascita della sfortunata Sarah, nel 1942 avrebbe avuto 16 anni. Uno in meno. Quindi Sarah Jones è nata nel 1925.

Errore!

Nel 1925 Jean Lucas era ancora in vita. Con la tisi, certo, ma in vita. E, considerando che Jean e Sarah sono, infondo, la stessa persona, c'è qualcosa che non quadra.

Jean Lucas aveva effettivamente problemi, se ricordate bene, nel leggere l'ultima data, quella della propria morte. Potrebbe trattarsi di un errore. Potrebbe. Ruth Coxall ci ha detto che errori del genere sono frequentissimi. E ha dato la sua interpretazione:

Nell'anno 1926, l'ultimo di Jean e il primo di Sarah, Pia Cato ha di fatto vissuto DUE VITE PARALLELE. E così, secondo Ruth, si spiegherebbe l'istinto omicida di SarahJones, influenzata dal lavoro di Jean: dal "proprio lavoro", nella vita precedente.

Sta a voi crederci o meno. Quando si parla di Soprannaturale, gli scettici hanno solitamente la meglio. Perchè è più facile negare, anche l'evidenza. Pia Cato non ricordava quasi nulla: mi ha detto solo una cosa: quando Ruth le poneva una domanda, lei sapeva la risposta. In quel preciso istante. Lei non inventava nulla. Ma la sua mente?

A voi la parola. Che ne pensate?

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domenica, 26 agosto 2007

Una coltre di nubi che sprigionavano elettricità copriva il cielo del Gloucestershire. Il fragore di un tuono mi fece sobbalzare, mentre la luce di un fulmine squarciava l'oscurità della campagna circostante la villa di Ruth Coxall. Un attimo dopo, buio. Buio pesto.

La luce era andata via. Era nell'ordinario, a quanto pare. Succedeva sempre durante i temporali, in quella vecchia casa in mezzo al bosco. Ecco perché la stanza era cosparsa di candele, che io non avevo proprio notato.

"You are calmed and relaxed".

Ruth si alzò dalla sedia, paziente, e con meticolosità accese una candela dopo l'altra. Ce n'erano di tutte le dimensioni e colori. Grosse e basse, fine e più allungate, aromatiche e non. Pian piano la loro luce illuminò la sala da pranzo, rischiarando il volto di Pia Cato e rivelando un leggero ghigno sulle sue labbra tremanti, una smorfia quasi compiaciuta che sembrava uscire direttamente dalle pagine di un romanzo di Dumas.

Il ghigno sfacciato di Jean Lucas. Di un assassino.

L'atmosfera era diventata più cupa, e questo non fece altro che mettere in evidenza il mio non innato coraggio. Ero teso e agitato. E la luce delle candele che attorniavano il corpo disteso per l'ipnosi di Pia non m'aiutava. Non m'aiutava per niente.

Ruth Coxall afferrò un diario grande quanto i suoi A4, rilegato in black leather. Scrisse qualcosa con la sua stilografica, lo richiuse e mi guardò. Le sorrisi, istintivamente, nascondendo malissimo l'ansia che si era impadronita della mia persona. Se ne accorse, e mi sorrise amabilmente. Poi, si voltò verso Pia Cato:

"You are calmed and relaxed, my dear".

Reggevo il microfono e avevo il registratore nella mano sinistra. La lucina del led rosso si rifletteva sulla mano destra di Pia, intrecciata con la sinistra e lievemente tremolante.

"Rimani calmo Jean. E girati. Vedrai una porta in ciliegio proprio dietro di te. Dirigiti verso di essa, lentamente". "Rimani calmo e rilassato, JeanLucas. Relaxed".

Ruth Coxall tacque per qualche secondo, dando il tempo a Jean di fare quello che gli aveva ordinato.

"Fatto?"

Il capo di Pia si mosse annuendo. Ruth riprese: "Molto bene, caro Jean. Ora afferra la maniglia d'ottone, apri la porta e richiudila dietro di te". Poi aggiunse: "Mi raccomando, non voltarti indietro. Mai".

"Segui solo la mia voce. Apri la porta e richiudila dietro di te. Alza la mano quando sei fuori".

10 secondi di silenzio. Poi, improvvisamente, le labbra di Pia Cato smisero di fremere. Aveva il braccio appena sollevato, la mano in aria. Aveva lasciato JeanLucas dietro la porta in ciliegio.

"Very good, darling".

Sapere di trovarmi di nuovo di fronte a Pia Cato, senza l'ombra inquietante di Jean Lucas, mi rasserenava. Ma era una sensazione destinata a durare poco.

"Bravissima, mia cara Pia" disse Ruth, col suo fare materno. "Sei stata molto brava. Sei di nuovo in mezzo al bosco lussureggiante, lo vedi? Sì? Molto bene". "Stai andando benissimo, piccola mia. Te la senti di continuare?"

Pia Cato sembrò pensarci. Credo non fosse sicura di voler vedere in faccia la sua morte. Quella di Jean. La flebile luce delle candele le schiariva il volto insicuro e dubbioso. Era indecisa.

Poi, con estrema pacatezza, rispose:

"Yes. Let's go ahead. Andiamo avanti".

Ruth Coxall tolse gli occhiali da vista dalla punta del naso e li lasciò cadere, attaccati alla cordicella amaranto. E, sorridente, continuò a parlare con Pia Cato:

"Perfetto, mia cara. Rimani calma. Calma e rilassata".

Un altro tuono, incredibilmente assordante, invase indiscreto il silenzio della stanza. Ormai mi ero abituato al suono della musica in sottofondo, e quasi non lo sentivo più. Mi rimisi comodo, e aspettai che Ruth continuasse a dirigere Pia verso la porta in ciliegio numero 2.

La porta della morte.

"Davanti a te, mia dolce Pia, c'è sempre il salice piangente che ti osserva intrigato. Voltati e incamminati verso destra. Ci sono tanti portoni di legno, uno vicino all'altro. Scegline uno, mia cara. E dimmi cosa vedi".

Pia Cato era immobile. Il suo respiro regolare. Le mani poggiate sul ventre piatto e i lunghi capelli neri riversi su due soffici cuscini ricamati. D'un tratto aprì bocca:

"Vedo un numero. Ma non riesco bene a leggerlo".

"Rimani calma, cara. Calma e rilassata". "Non c'è alcuna fretta. Fai con calma. Hai tutto il tempo, darling".

Pia respirò profondamente. Poi, dopo qualche secondo silenzioso, riprese:

"Non lo vedo. O meglio, vedo solo le prime lettere: un 19". esclamò, quasi dispiaciuta.

Pia non riusciva a leggere l'intera data. Vedeva solo le prime due cifre. Millenovecento e qualcosa. Sì. Ma cosa?

Mi rivolsi con lo sguardo a Ruth Coxall, che riprese ad appuntare qualcosa sul suo foglio color salmone.

Un altro tuono precedette la luce di un fulmine abbagliante, all'esterno della villa.

"Non lo vedo proprio, mia spiace" continuava a dire Pia. "Mi spiace". Era visibilmente addolorata.

"Non ti preoccupare, mia cara. Ascolta solo la mia voce. You are calmed, and relaxed, honey. Calmed and relaxed". Segui solo me. Non sei sola. Rimani concentrata sulla porta in ciliegio che vedi davanti a te. Non ti voltare per nessuna ragione. Fissa la porta davanti ai tuoi occhi, mia dolce Pia. Stay calmed".

Ruth aumentò lievemente il volume della musica in background.

"Vedo un altro numero, un 2" disse ad un certo punto, quasi raggiante. "Sì, è proprio un 2, lo vedo bene". "L'ultima cifra però.......". "No, l'ultima non la vedo proprio. E' come offuscata".

"Va bene, cara. Non te ne preoccupare. La leggeremo più tardi, ok? Molto bene. Sei pronta ora?"

Pia Cato annuii. Stava per entrare nella stanza numero 2. Per rivivere la morte di Jean Lucas, avvenuta in un anno imprecisato nella seconda decade del 1900.

Quindici secondi, non meno, impiegò Pia per entrare nella stanza e richiudere la porta. Sapevo di avere di nuovo il fantasma di JeanLucas davanti ai miei occhi. Quell’uomo che all’inizio credevo una brava persona e un padre modello mi faceva paura.

“Dove ti trovi, caro Jean?” chiese Ruth, curiosa.

“E’ l’ultimo dell’anno. Volevo festeggiare. Ma non credo di farcela. Non ho abbastanza tempo” disse la voce di Pia, a fatica.

Il suo respiro tornò a farsi pesante e difficile. Lo sentivo bene in cuffia. Ero curioso di sapere cosa prova un assassino a pochi istanti dalla sua morte.

“Come stai, caro? Perché dici di non avere abbastanza tempo?” domandò l’ipnotista.

“Sto morendo. Lo so. E’ da un…”

Pia Cato si interruppe bruscamente, vittima di un violento colpo di tosse. Quasi non riusciva a respirare. Era una tosse dura, acerba e secca.

Con difficoltà, riprese: “E’ da un po’ di tempo che non riesco più a vivere come si deve. A lavorare”.

Era buffo come Jean Lucas considerasse il suo un lavoro come un altro. Dal modo in cui lo diceva, poteva sembrare l’impiego di un addetto alle poste, o di un panettiere.

“Ho la tisi” disse, soffocando un altro colpo di tosse. Mi resi conto che era Jean Lucas a tossire, attraverso Pia. Lo immaginavo sputare sangue e sporcare il fazzoletto che si portava alla bocca di un rosso acceso. E non mi faceva alcuna pena. Tutt’altro.

"Mia figlia non sa niente ancora. E non voglio che lo sappia. E’ fuori, aspetta i fuochi d’artificio. E’ capodanno, sai?”

Pensai che si trattasse della giusta punizione per un assassino mercenario: morire da solo, durante un giorno di festa collettiva. Solo come un cane. Il giusto pegno per uno che ha provocato tanta disperazione al mondo. Un po’ mi vergognai di quei pensieri. Ma solo un po’. Evitavo di guardare Pia in faccia. E questo era d’aiuto.

Un altro colpo di tosse interruppe il suo soliloquio. Violento e veemente. Quasi incontrollato. Pia Cato era in seria difficoltà.

“You are calmed and relaxed”.

Respirava a malapena ora. Il suo viso si accese di un rosso purpureo.

“You are calmed and relaxed”.

Le vene del collo e della fronte erano ben visibili, e pulsavano. Pulsavano con forza.

“You are calmed and relaxed”.

Le sue mani si muovevano incontrollate, a destra e a sinistra.

“You are calmed and relaxed”.

Le gambe si sollevavano ritmicamente dal divano. In alto e in basso. Come impazzite.

“You are calmed and relaxed”.

Non riusciva a trattenersi Jean Lucas, non riusciva a fermarsi. E lo stesso Pia Cato.

“You are calmed and relaxed”.

Poi, quasi di sorpresa, smise di tossire.

Silenzio.

La pioggia continuava a scendere dal cielo coperto da nubi scure e minacciose. Le candele cominciarono a consumarsi, lentamente.

Ruth Coxall si avvicinò con la sedia in legno: “Jean, mi senti?”

Pia Cato non rispondeva.

“Mi senti, Jean Lucas?” chiese nuovamente.

Un silenzio assordante.

Non riuscivo a capire. Pia Cato sembrava non rispondere neanche col corpo alle sollecitazioni dell’ipnotista.

“Jean Lucas!!!!!!!!!!!!!!”

Niente.

Il suo respiro era tenue, flebile e quasi impercettibile.

Ruth Coxall mi guardò. Sembrava volermi dire qualcosa. Mi avvicinai a lei. Poi, con il solo uso del labiale, mi disse:

“Jean Lucas è morto”.

Avvertii un vuoto allo stomaco. Una goccia di sudore mi attraversò la fronte, e la mano destra cedette, facendo cadere in terra il microfono. Lo raccolsi, e fissai incredulo Ruth.

Com’era possibile???

Come poteva morire lì, in quel momento? E Pia? Sembrava morta anche lei.

Ero confuso, sconvolto e agitato. Il fatto che Pia, in effetti, respirasse normalmente, non mi rasserenava per niente. Non rispondeva. E questo bastava per mettermi in ansia.

Ruth riprese il foglio A4, seriosa. Scrisse qualcosa con la stilografica blu cobalto. La sua mano sinistra era sporca d’inchiostro nero.

Ero nel panico. Rispondi Pia, su. Rispondi. Dammi un cenno di vita. Per favore.

Calma piatta.

Un duetto di arpe aleggiava nell’aria, mentre la pioggia batteva imperterrita sulla vetrata che si affacciava sul giardino antistante la villa di Ruth.

Inaspettatamente, uno spasmo. Un lungo respiro asmatico. Quasi una ricerca d’aiuto. Pia era tornata. Che sollievo. Era di nuovo tra noi. Stavo quasi per abbracciarla, quando Ruth mi fermò con lo sguardo.

“Chi sei?” chiese, guardando Pia negli occhi, coperti ancora dalle palpebre.

Che domanda era, chi sei? Era Pia Cato. La mia amica. E invece.

Invece due paroline mi fecero rabbrividire:

“Jean Lucas”.

Ma come?? Non era morto? L'avevo visto con i miei occhi.

Non capivo.

Ruth Coxall sembrò ignorare il mio stupore:

"Dove ti trovi, mio caro Jean?" chese.

Pia Cato sembrava non essere in grado di rispondere alla domanda.

"Dove sei in questo momento?". "Descrivimi cosa vedi attorno a te, Jean".

"Nero. Solo nero. Non vedo niente" disse Pia.

Il suo respiro era affannoso. Sempre più difficile. Sembrava quasi in apnea.

"Non vedo. Non vedo" Jean Lucas era in preda al panico. E così Pia Cato. "Non vedo nulla. E non riesco a respirare". Cominciò ad alzare la voce. Quasi urlava, ora.

"Non vedo niente!!!!!!!!! Non respiro!!!!!!!!!!!!!!!!!"

Sentivo il fiato ansimante in cuffia.

Ricominciò a tossire violentemente.

Ad un tratto, Ruth Coxall smise di parlare con Jean Lucas. E, per la prima volta, nonostante si trovasse al di là della porta numero 2, e non nel bosco lussureggiante, si rivolse direttamente a Pia Cato, alzando la voce:

"Pia Cato!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!"

Non sapevo cosa stesse accadendo. Ero confuso, almeno quanto Jean Lucas.

"Pia Cato!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!". "Mi senti?????"

Improvvisamente, il suo respiro si calmò. Il suo fiato tornò regolare e la tosse si bloccò, quasi bruscamente.

"Ti sento" disse.

"Benissimo. Voltati cara Pia. Dietro di te c'è la porta in ciliegio. La vedi, giusto?"

Tirai un sospiro di sollievo. Non ne potevo più. Ero spaventato, turbato e affaticato. Avevo caldo. E non vedevo l'ora che la seduta terminasse. Pia sarebbe tornata nel bosco, avrebbe richiuso dietro di sè la porta della morte e sarebbe tornata dal passato a rivivere la propria vita.

Ma Pia non rispose.

"Vedi la porta in ciliegio?" chiese nuovamente Ruth Coxall.

"No".

Fu come un pugno nello stomaco.

Come "no"? Non vedeva la porta d'uscita? Non era possibile. Non poteva essere. Doveva vederla. E' così che doveva andare.

"Non vedo nessuna porta" disse lei nuovamente.

Sudavo freddo.

"Come non la vedi?" chiese Ruth, allibita tanto quanto me.

"E cosa vedi, mia cara?

"Sono in un cimitero. A Rouen" disse, candidamente. La sua voce era incerta.

"La bara è stata interrata da un pò". "Da 2, forse 3 ore".

"La bara di chi, my dear?"

Pia esitò un istante. Poi, quasi tremante disse:

"La bara di Jean Lucas".

"E che giorno è, dolce Pia?" domandò Ruth.

"Eì il secondo giorno dell'anno" rispose.

Solo in quel momento capii cosa era successo. Solo in quell'istante fui in grado di leggere la situazione. Era agghiacciante.

Era chiaro: Jean Lucas era morto, sì. Ma non il 31 gennaio. Non la vigilia di capodanno. Non prima.

Jean Lucas era stato sepolto nel cimitero di Rouen il 2 gennaio.

Era stato sepolto vivo.

Questo spiegava il senso di claustrofobia e la crisi di panico precedente. Ecco perchè Jean Lucas vedeva tutto nero. E faceva fatica a respirare. Si era risvegliato nella bara chiusa.

Era orribile. Spaventoso. Tremendo.

Mi girava la testa.

"Vedo la porta, ora" disse Pia Cato, felice.

"Molto bene, darling". "Dirigiti verso di essa. Con calma. Afferra la maniglia di ottone". "Fatto? Ok. Ora apri e richiudi la porta in ciliegio dietro di te. E non ti voltare".

Pia alzò un braccio.

"Bravissima Pia. Sei stata bravissima. Ora sei di nuovo nel bosco lussureggiante. Che numero vedi sulla porta che hai appena richiuso?"

"Una data" disse.

La data che non era riuscita a vedere prima:

"Millenovecentoventisei".

Jean Lucas era morto nel 1926. Inspirai profondamente, ed espirai. Ero sfinito. Stanco. Spossato.

La  musica crebbe in sottofondo. La luce delle candele si faceva sempre più debole. Fuori continuava a piovere, e tuonare.

"Ora conto fino a tre, dolce Pia"

Si torna nella realtà, pensai. Finalmente.

"Quando arriverò a tre, ti sveglierai, mia cara" disse Ruth Coxall, sorridendo dolcemente.

"Rimani calma, darling".

"You are calmed and relaxed".

"1"

"Sei calma e rilassata".

"2"

"Ascolta solo me".

"3!"

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giovedì, 23 agosto 2007

La musica si interruppe. L'ipnotista si alzò dalla sedia antica e si diresse verso il lettore CD poggiato sul grande tavolo in legno. Fece ripartire il CompactDisk dalla primissima traccia. Un assolo di arpe impregnava l'aria attorno a noi, e un senso di serenità ci inondò gli animi. Con calma, Ruth riprese il suo posto, mentre pronunciava le parole: "You are calmed, and relaxed".

Era già passata un'ora da quando Pia Cato era distesa sul divano in pelle bianca nella sala da pranzo di Ruth Coxall. Il sole scendeva verso l'orizzonte, ammantando il cielo di un intenso color porpora.

Guardavo Pia e trattenni a malapena una risata che affogai in gola con non poco sforzo. La guardavo negli occhi, e non riuscivo ad immaginarmela un uomo. Non ci riuscivo proprio. 

Ruth Coxall aveva ripreso il foglio A4, ormai imbottito di appunti. Cambiò pagina, che venne immediatamente sporcata dalla sua stilografica blu cobalto. Inforcava sempre gli occhiali dalla montatura spessa, quando scriveva. Poi, lentamente, alzò gli occhi da sopra le lenti da vista, poggiate sulla punta del suo naso leggermente all'insù.

"Dove vivi, caro Jean?" chiese, col suo solito fare materno.

"Vivo nella periferia sud di Rouen, a nord di Parigi" rispose Pia. O meglio, Jean Lucas.

"E dove ti trovi in questo momento, my dear?"

"Sono in campagna. Ci vengo sempre, per staccare la spina. Il mio è un lavoro che ti succhia l'anima".

Si notava immediatamente la differenza tra la personalità fragile, turbata e insicura di Sarah Jones, e quella spigliata, fiera e sicura di sè di Jean Lucas. Aveva cambiato registro, Pia. E risultava più disponibile, a parlare. Ben disposta. Questo ci rallegrava, non c'è che dire.

"Hai figli, caro?"

Ancora una volta, Ruth Coxall mi aveva letto nel pensiero. Volevo saperlo anch'io. Attendevo la risposta con ansia. Sapevamo che SarahJones aveva avuto 5 figli da Tom Campbell, probabilmente. Ma non avevamo la certezza che Daniel, il loro primogenito, fosse il bambino che Sarah aveva intenzione di uccidere nel 1942. Jean Lucas rispose senza esitare:

"Ho una figlia. Antoinette".

La risposta secca e decisa di Jean mi fece trarre un sospiro di sollievo. Soprattutto quando aggiunse:

"E' la luce dei miei occhi. La adoro".

"Quanti anni ha Antoinette?" domandò Ruth, sorridendo incuriosita.

"Ha 6 anni. E io la amo".

"Me la puoi descrivere, mio caro?" chiese.

Le labbra di Pia Cato si mossero istintivamente disegnando un sorriso dolcissimo sul suo volto mulatto. Era un volto sereno, quello di Pia. Fiero. Felice.

Com'era diversa l'espressione di Jean, attraverso le sue fattezze, rispetto a quella di SarahJones. Mi faceva ancora più pena, quella donna.

"Ha lunghi capelli dorati, lisci come la seta" disse Jean. Tutto contento. "Ha anche dei boccoli angelici, Antoinette. Che bella che è, mia figlia". Sospirò, impercettibilmente.

"Mia figlia...." ripetè, a bassa voce. E aggiunse:

"Ha preso da sua madre. I capelli, la carnagione chiarissima. La voce: tutto da sua madre".

Jean Lucas ti trasmetteva serenità. Pacatezza. Voglia di vivere. Tutto il contrario di SarahJones. Ero felice per lui. Davvero.

Ma, in quel momento, non potevo immaginare quale fosse la vera natura di quell'uomo francese venuto da Rouen.

Il sole tramontava piuttosto velocemente al di là della vetrata, e io potevo scorgere le nubi che, da nord, si dirigevano minacciose verso la nostra zona.

"Come si chiama tua moglie?" domandò Ruth.

Il sorriso beato scomparve immediatamente dal viso di Pia Cato. Sentivo, nuovamente, il suo respiro diventare più pesante.

"Non sono sposato!" rispose seccamente Jean Lucas.

E non aggiunse altro.

Ruth Coxall trascrisse qualcosa sul suo A4.

"Parlami della madre di tua figlia allora", disse.

"Non voglio parlare di lei. Non mi interessa più. E io, non voglio parlare di lei". La voce di Pia si fece dura e quasi minacciosa. Era arrabbiato, Jean Lucas. Quasi fuorioso.

"Come si chiama, la madre di Antoinette?" chiese Ruth, ignorando quanto le era appena stato detto.

Silenzio.

"Come si chiama, la madre di Antoinette???" ripetè, imperterrita.

Fu forse il nome di sua figlia a convincere Jean Lucas a parlare.

"Anne. Si chiama Anne".

"Molto bene". Ruth era soddisfatta. "Rimani calmo. E rilassato" disse.

"Dov'è ora Anne, caro?"

Pia era immobile. Non parlava. Ruth Coxall fu costretta a ripetere la domanda. Altre due volte.

Niente.

Era come un rifiuto, il suo.

Poi, ad un tratto, disse:

"E' morta. Anne è morta".

Allora capii. Ecco perchè Jean Lucas non ne voleva parlare. Immaginai tutto il dolore che poteva provare nel ricordare la morte della madre di sua figlia. Capii e, se possibile, ammirai ancora di più quell'uomo.

Ma la realtà era ben diversa.

"Come'è morta?" chiese Ruth, del tutto indiscreta.

La guardai male, ma lei era tutta presa dai suoi appunti.

Pia non rispondeva.

"Com'è morta, caro?" continuò a ripetere.

All'improvviso, tre parole riecheggiarono nella stanza e mi raggelarono lo stomaco:

"L'ho uccisa".

Una pausa.

"L'ho uccisa" ripetè.

"L'ho uccisa". Non ci credevo. Tutto quello che avevo pensato e immaginato: la fierezza e la dignità di JeanLucas, la sua voglia di vivere, la sua gentilezza, il suo spirito paterno, la sua disponibilià, le sue buone maniere, la sua nobilità d’animo….

Tutto sparito. In un attimo.

"L'ho uccisa" continuava a dire, a bassa voce.

E io ripetevo le stesse parole, che rimbombavano nella mia mente come un’eco duratura.

"L'ho uccisa".

Guardai Ruth Coxall appuntare quelle parole sul suo papiro color salmone.

Non ero sicuro di voler sapere in che modo JeanLucas avesse ucciso la sua compagna. E credo che neanche Pia Cato, una volta sveglia, morisse dalla voglia di venire a conoscenza dei dettagli.

Ruth ancora una volta mi lesse nel pensiero. E, infatti, cambiò argomento:

“Cosa fai per vivere, Jean?” chiese.

Un lavoro che ti succhia l’anima. Ripensai a quello che ci aveva detto, mentre si presentava a noi. Forse un operaio. O un contadino. Un panettiere, magari?

No. Non era niente di tutto questo.

Il volto di Pia Cato si mosse leggermente, a destra e a sinistra. Poi più velocemente. Ancora più veloce. Come posseduta. Il suo respiro si faceva sempre più affannato. Agitato. Difficile. Continuava a muovere la testa, a destra e a sinistra.

Sudavo.

You are calmed, and relaxed” le diceva Ruth, con voce pacata, ma ferma e decisa.

Sudavo freddo.

Le gambe di Pia si sollevarono, rigide e dure come cemento armato.

Le sue mani, intrecciate sul petto, cominciarono a tremare vistosamente.

You are calmed, and relaxed”.

Batteva i denti. Le sue labbra violacee vibravano come foglie al vento.

Scalpitava ora, Pia Cato.

You are calmed, and relaxed”.

La musica in background crebbe d’intensità e volume.

You are calmed, and relaxed”.

In cuffia percepivo tutta la difficoltà che aveva Pia nel respirare. Era un fiato asmatico, il suo.

You are calmed, and relaxed”.

Agitava le palpebre chiuse. Immagino stesse roteando gli occhi.

You are calmed, and relaxed”.

Non sapevo come comportarmi. Mi sentivo stupido a reggere il microfono davanti a lei, senza muovere un braccio. Senza accennare un gesto d'aiuto.

You are calmed, and relaxed”.

La testa di Pia si bloccò. Quasi d'un tratto. Le mani ancora tremanti. La sua voce rotta fermò l’aria quasi solida attorno a noi.

Era spaventata, Pia Cato.

Spaventata dal suo passato.

Lei sapeva cosa faceva JeanLucas per vivere. Cosa faceva “lei”, nel 1892.

Lo sapeva perfettamente.

Una cosa che disprezzava. E cercava di farcelo capire.

“You are calmed, and relaxed”

Pia alzò il labbro superiore e schiuse la bocca fremente:

“Sono…..

Si interruppe.

E riprese, a fatica:

“Sono….

Sembrava una lotta tra Pia e Jean. Una lotta, alla pari, tra sé e sé. Tra la “Lei” postmoderna e il “Lui” di fine ‘800.

Vinse lui.

“Sono un cecchino".

Pausa.

"Uccido le persone a pagamento”.

Silenzio.

Ero allibito. Ammutolito. Quasi pallido.

Era orribile. Non sapevo che dire. Cosa pensare.

Allontanai il microfono. D'istinto.

Pia Cato, la mia amica, era una Serial Killer professionista.

Un'assissina mercenaria.

Il cielo era scuro, al di là della finestra. Cominciò a piovere. Poche gocce all'inizio. Poi, a dirotto.

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mercoledì, 22 agosto 2007

Sentire quelle tre parole uscire dalla bocca di Ruth Coxall mi fece sobbalzare. Stavo per rivivere, indirettamente, gli ultimi istanti di vita di una persona morta nel 1961. E non è cosa che capiti tutti i giorni. Trattenni il respiro per qualche secondo, osservando il viso di Pia Cato, liscio e abbronzato, dietro al microfono che reggevo con la mano destra.

"Chi c'è lì con te, Sarah?" chiese l'ipnotista, togliendosi gli occhiali da vista.

Pia taceva. Sembrava non ascoltarla.

"Sei sola nella stanza, Sarah?" continuò a domandare.

Silenzio.

Attorno a noi, solo il suono della musica d'atmosfera, colma di note in falsetto, violini e assolo di arpa. Il respiro di Pia era regolare. Era come se dormisse, le mani sui fianchi e i piedi scalzi. Al di là della finestra, una coppia di uccelli selvatici cinguettava allegramente, e una leggera brezza faceva danzare le chiome degli alberi, verdi e rigogliosi. "Come quelli del bosco che Ruth faceva immaginare ai propri clienti" pensai. Mi chiesi se avesse preso ispirazione proprio dal giardino di casa, per il suo lavoro.

"Sarah, cara, mi senti? Mi senti, Sarah? Sarah? Sarah Jones?"

Le palpebre di Pia si mossero impercettibilmente. La sua bocca si schiuse, adagio, per poi richiudersi, ed aprirsi nuovamente.

"...Sto..."

".....sto..........."

Era come se non riuscisse a comunicare. Come quando ti risvegli dall'anestesia, e non riesci a capire cosa stia succedendo attorno a te. E ti lasci andare. Ti affidi a Morfeo e continui a dormire. Pia non riusciva a parlare. Forse non capiva. Forse non si aspettava di vedere in faccia la sua morte. O, forse, era Sarah Jones a non volerla rivivere. Facevo supposizioni, ipotesi senza senso alcuno. Non riuscivo a capire.

La sua mano sinistra si sollevò dolcemente per poggiarsi sul petto.

"Cara, non aver paura. E' normale. E' tutto normale. Stai calma e rilassata, honey. Calma e rilassata".

La mano destra di Pia Cato si ricongiunse con la sinistra. Il suo respiro diventò, velocemente, quasi ansimante. Mi voltai di scatto verso Ruth Coxall, che prontamente poggiò il foglio prendiappunti sul tavolo che giganteggiava a lato nella stanza da pranzo, illuminata da un timido sole primaverile.

Il respiro di Pia da ansimante divenne quasi asmatico. Cominciò a muovere la testa, a destra  e a sinistra. Non sapevo che fare. Ero nel panico. Reggevo il microfono e il registratore. Non potevo muovermi e avevo terribilmente caldo. Mi si era addormentata una gamba. Non riuscivo a pensare. Avevo i serpenti nello stomaco. E le labbra di Pia cominciarono a farfugliare qualcosa di incomprensibile. Continuava a muovere la testa, a scatti, come in preda ad una crisi epilettica. Ruth Coxall si avvicinò con la sua sedia antica. Ed alzò leggermente la voce:

"Sarah Jones!!!!!!!!!"

Il capo di Pia si fermò.

"Sarah, tesoro. Calmati. Rimani calma. Calmed and relaxed. You are calmed and relaxed"

Il respiro si acquietò, molto lentamente. Ci vollero almeno un paio di minuti prima che io potessi sentire il sangue scorrere normalmente nella mia gamba addormentata. E almeno cinque prima che Ruth potesse continuare a indagare sulla morte di Sarah Jones.

"Brava, my dear. Molto brava. Rimani calma. E dimmi: sei sola in camera?" riprese a chiedere.

"Sto per morire" disse Sarah, a metà tra un'affermazione e una domanda.

In quel momento mi fece quasi pena. Non sapevo se Pia si stesse rendendo vagamente conto della situazione. Ma speravo di no, in tutta franchezza. La guardai intensamente, e le sorrisi, triste e pensieroso.

Ruth Coxall guardò prima me, con sguardo complice, di una che sa che tu sai. Solo che io non sapevo proprio un accidenti! Non ci stavo capendo più niente.

Poi, sfoggiando un sorriso dolcissimo, si rivolse a Sarah:

"Yes, darling. Ma rimani rilassata e calma. Non c'è niente di cui aver paura."

Mi sembrò, in quel momento, di scorgere un leggero senso di tranquillità sul volto di Pia Cato. Ruth Coxall era riuscita a calmarla. La musica aveva fatto il resto. E infatti, Sarah Jones riprese a narrare la sua storia:

"Sono sola nella stanza da letto. Sai, questa è una casa piccola, povera ma accogliente. Da quando mia nonna mi ha lasciata, nove anni fa, ci vivo assieme a lui. Mi manca, la nonna. Mi manca tanto. E io, mi sento sempre più sola".

"Lui, chi?" domandò Ruth. E io formulai la stessa domanda, nella mia mente.

"Tom. Tom Campbell".

"Chi è Tom Campbell, piccola?"

"E' mio marito Tom. E' mio marito" esclamò, quasi irritata.

Una pausa.

Poi, a fatica riprese: "Ma io non lo amo".

Un'altra pausa, più corta. "Non l'ho mai amato".

Avrei voluto sapere perchè mai allora si fosse sposata con lui. Avrei voluto sapere come si erano conosciuti, che lavoro facesse e che auto guidasse. Ma Ruth Coxall non le chiese nulla del genere. Inforcava nuovamente i suoi occhiali dalla montatura spessa e scarabocchiava qualcosa di indecifrabile sul suo foglio A4. Con calma, alzò lo sguardo. Si tolse gli occhiali da vista, lasciandoli cadere in basso, attaccati alla cordicella amaranto, e riprese:

"Hai figli, Sarah?"

Avevo quasi paura della risposta. L'aveva veramente ucciso, il pargolo che portava in grembo nel 1942, e che odiava? Sarebbe arrivata davvero a tanto? Avrebbe avuto il coraggio di ammazzare una povera creatura innocente, sangue del suo sangue?

"Ne ho 5" disse.

E io, provai un senso di sollievo quasi spropositato. L'istinto materno aveva vinto. Aveva lottato e ne era uscito vincitore. E non una sola volta, ma cinque. Sospirai rumorosamene.

"Daniel, Rose, John, Charles e Felicity" esclamò Pia, anzi SarahJones. La prontezza con la quale elencò i nomi dei suoi figli mi sorprese, non so perchè.

"Se potessi fare un bilancio della tua vita, cara Sarah, sarebbe esso positivo?" domandò Ruth, riservatamente.

Pia non emesse alcun suono.

L'ipnotista riformulò la sua domanda: "Sei stata felice, in vita, mia dolce SarahJones?"

Il labbro superiore si mosse irregolarmente, disegnando una smorfia che da sola era una risposta.

"No". rispose semplicemente. Di una semplicità disarmante.

Non aggiunse altro.

"Descrivila a parole" continuò Mrs Coxall.

"Faticosa" disse Sarah. "Deludente". Si interruppe.

"Terribile", soggiunse.

Mi colpirono quelle parole. Le parole di una donna sposata con un marito che non aveva mai amato. Una donna con 5 figli. Una donna che aveva odiato la propria esistenza. Non riuscivo a guardare in faccia Pia, distolsi lo sguardo per dirigerlo verso la finestra che ci scrutava, incompetente, alle nostre spalle. Non sapevo che pensare di SarahJones. Di certo, la sua non era stata una vita facile. E mi dispiaceva. Provai un senso di imbarazzante vuoto. Scossi la testa, pensieroso. Mi assalì una sensazione d'angoscia e sofferenza. Quanta pena mi faceva, Sarah Jones. Quanta pena.

"Dove sono i tuoi figli, darling?"

"Dov'è tuo marito?" chiese Ruth, quasi indiscreta.

"Non li voglio qui con me. Non voglio che mi vedano così" spiegò.

"Sto per morire" ripetè lei. Due, tre volte. "Sto per morire". Quasi volesse capacitarsi della cosa, come per prendere coraggio, per affrontare la situazione di petto.

Cominciai a chiedermi di cosa fosse ammalata Sarah Jones. Era giovane, quindi, istintivamente, andai ad escludere un cancro. Pensai all'AIDS, e me ne vergognai. Non era carino da parte mia. Forse leucemia. Rielencavo tutte le malattie incurabili che conoscevo, finchè la voce di Pia Cato mi interruppe, rispondendo in un attimo a tutti i miei come e perchè:

"Mi sono avvelenata. Da sola"

Quella frase mi spiazzò. Sgranai gli occhi, incredulo.

"Non ce la faccio più. E' ora di dire basta" disse, gelida.

Non credevo alle mie orecchie.

Guardavo il volto impassibile di Ruth Coxall, che aveva ripreso a prendere appunti con la stilografica blu cobalto nella mano sinistra. Era mancina, me ne accorsi solo in quel momento.

"Me l'ha fornito quel tipo, giù a Fairview Street" alludendo chiaramente al veleno. All'intruglio, alla pozione. Non ci credevo. Ero allibito, ammutolito, turbato. Esterrefatto.

"Molto bene Sarah Jones. La vedi, sulla tua sinistra una porta di legno scuro?" disse Ruth, interrompendo i miei pensieri e riportandomi alla realtà.

"La vedo"  rispose lei.

"Molto bene, cara. Incamminati verso di essa. Ci sei? Ottimo!". "Affera la maniglia dorata. Apri la porta e richiudila dietro di te. Non ti voltare. Non ti voltare, dolce Sarah!". "Fai un cenno con la testa quando sei uscita dalla stanza".

Pia scosse, lentamente, il capo illuninato dai raggi del sole che ormai inondavano il divano in pelle bianca.

"Sei stata bravissima, Pia. Bravissima". "Sei di nuovo nel bosco verde e lussureggiante. La porta è chiusa dietro di te, e davanti ai tuoi occhi un enorme salice piagente ti guarda incuriosito. Te la senti di continuare?"

Breve silenzio.

"Sì" disse Pia Cato, a fatica. Il suo respiro era tornato leggermente affannoso.

"Molto bene. Cammina, verso destra. Ci sono tante altre porte. Scegline una a caso. Quella che ti piace di più".

Ero curioso. Avevo caldo, ma non m'importava più ormai.

"Ho scelto questa. E' in ciliegio. E ha una maniglia d'ottone".

"Brava, Pia. Ha anche un'altra cosa però: una data". "La vedi, darling?".

"Sì, la vedo."

"La puoi leggere per me, please?"

".....Mille....."

Una pausa.

"Millenovecentocinquanta....no. Non la vedo bene".

"Rimani calma, Pia. Non c'è fretta. Stay relaxed". "Mi puoi leggere la data che vedi scritta sulla porta ciliegio?" richiese Ruth.

"Milleottocentonovantadue". "Sì, sono sicura: Milleottocentonovantadue".

"Ottimo, mia cara. 1892. Sei pronta ad aprire la porta che hai davanti?". "Ok. Afferra la maniglia d'ottone. Spingi ed entra nella stanza. Fatto?"

"Molto bene. Ora, con calma, richiudi la porta dietro le tue spalle". "Fammi un cenno con la mano sinistra quando sei pronta".

Pia, debolmente, sollevò la mano sinistra.

"Perfect, my dear. Perfetto". Ruth Coxall era raggiante.

"Puoi descrivermi il tuo abigliamento, per favore?"

"Indosso pantaloni marroni. Scarpe dello stesso colore. E una camicia. Bianca".

"Meraviglioso" esclamò Ruth.

"Quanti anni hai?" chiese.

Pia Cato sembrò pensarci un attimo. Poi, a voce bassissima, disse: "Twenty-five. 25"

"Molto bene. E ora, dimmi: qual'è il tuo nome?"

Non rispose.

"Come ti chiami?" ripetè Ruth Coxall.

"Mi chiamo...."

Non continuò.

"Qual'è il tuo nome?" ribattè l'ipnotista.

"Il mio cognome è Lucas".

"E, se vuoi, puoi dirmi il tuo nome?" chiese delicatamente Ruth.

"Jean. Jean Lucas."

Aggrottai la fronte. Stupito. Stupefatto. Mi veniva quasi da ridere. Mi trattenni a fatica.

Nel 1892, Pia Cato era francese.

Nel 1892, Pia Cato era un uomo.

 

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martedì, 21 agosto 2007

Il suo volto era illuminato dai raggi del sole che tagliavano come lame la finestra che si affacciava sull'ampia veranda dal pavimento ligneo. Pia Cato era ancorata al divano, e io sentivo il suo respiro farsi via via più affannoso. Le mani, giunte sul petto, si staccarono improvvisamente, di scatto. La sentivo nervosa, Pia. Era visibilmente agitata.

"Stai tranquilla Sarah. Stay calmed. And relaxed." disse Ruth, con fare sicuro. Era evidente che aveva la situazione sotto controllo. Mi guardò negli occhi e mi sorrise dolcemente, come fa una madre con un figlio impaurito che vuole imparare a nuotare da solo. Mi tranquillizzò. Ed io non avevo bisogno di altro.

"Respira prodondamente. Con calma. Sì, così cara. Stai andando benissimo". Pia intrecciò nuovamente le dita tra loro. Ma l'espressione del viso tradì le sue emozioni. Qualcosa la turbava. Si vedeva benissimo. Qualcosa spaventava Pia. O Sarah.....

"Dove sei, Sarah?" chiese l'ipnotista con tono sereno. "Sei in grado di dirmi dove ti trovi?"

"Devo correre. Correre. Non mi voglio fermare. Non mi posso fermare" rispose Pia. Anzi, Sarah Jones.

"Perchè, honey? Da cosa stai correndo? Rimani calma. Calma e rilassata" continuò Ruth. Inutile dire che io ero, forse, il più agitato in quella stanza. Potrei benissimo togliere quel "forse". Vedevo le gambe di Pia, che fino a pochi istanti prima erano rimaste immobili, muoversi. Impercettibilmente, ma muoversi.

"Calma e rilassata. Calma e rilassata. Rimani calma, cara. Calmed and relaxed". Non ricordo quante volte la sentii ripetere queste due parole. A ripetizione. E Pia, o Sarah, gradualmente, si tranquillizzò.

"Mi stavo nascondendo. Sono a casa, a Swindon. Ma mi devo nascondere nel bosco. Tra gli alberi. Non mi voglio far vedere in questo stato".

"Why, dear? Perchè, cara?" domandò Ruth "Cosa è mai successo?"

Il volume della musica in sottofondo era lievemente aumentato. Forse era stata Ruth, per placare gli animi della sua paziente. Ma io non me ne ero accorto. Ero troppo preso dalla situazione.

"Non voglio. E' successo. E io non voglio" esclamò Sarah Jones, quasi tra sé e sé. Fece una pausa. Le labbra violacee di Pia si mossero adagio, pronunciando quelle parole a ripetizione, ma senza emettere alcun suono. Quasi fosse una preghiera. Era turbata. Lo sapevo, e lo vedevo chiaramente.

"Sono incinta" disse.

"E mia nonna non deve venirlo a sapere".

Tacque. Nuovamente.

L'occhio mi cadde istintivamente sul suo ventre, perfettamente piatto e palestrato. Respirava quasi normalmente ora. Mi voltai verso Ruth, che era sempre più soddisfatta. Scriveva qualcosa su un foglio di carta A4 color salmone. Aveva una scrittura irregolare e disordinata. Come quella di un dottore, pensai tra mé e mé. Inforcava un paio di occhiali con una spessa montatura bianca, rettangolari, appesi ad una cordicella amaranto che le cingeva il collo.

Poi, con estrema pacatezza, smise di appuntare, si tolse gli occhiali e chiese: "Perchè mai tua nonna non dovrebbe saperlo?"

Pia era ferma. Non parlava. La sua bocca tremava, era come se non riuscisse a trovare le parole giuste. "Sono orfana. Mia nonna mi ha cresciuto. E' con lei che lavoro nel retrobottega del panificio, nella piazza principale. E' un lavoro che odio, ma che devo fare. Serve a malapena a sfamarci, a tirare avanti."

"E tuo marito?" la incalzò Ruth, sempre più curiosa.

"Non ho un marito" tagliò corto SarahJones, quasi stizzita. "In realtà..."

Si fermò. Sia io che l'ipnotista pendevamo dalle sue labbra. Era come se stesse cercando il coraggio per continuare a raccontare. Ad un certo punto, sotto voce, timidamente disse:

"Non so neanche chi sia il padre".

Una goccia di sudore mi attraversò la fronte. Era più di mezzora che ero seduto accanto a Pia, e il minimo movimento da parte mia avrebbe potuto distrarla. E svegliarla, forse. Avevo caldo.

"E cosa vuoi fare? Cosa hai intenzione di fare col bambino?" chiese Ruth Coxall, anticipando i miei pensieri.

Silenzio.

Non osavo muovere un dito, un sopracciglio. In cuffia sentivo il respiro difficile di Pia Cato.

"Ucciderlo" disse, fredda e distaccata.

Sentii come un pugno nello stomaco. Mi aspettavo tutto, fuorchè quella gelida risposta. L'avrebbe ucciso. Avrebbe ucciso suo figlio, il frutto di una notte di passione con un perfetto sconosciuto. O forse di uno stupro. I pensieri si accavallavano impazziti nella mia mente.  

Ruth Coxall non battè un ciglio. Riprese a scrivere sul suo foglio salmone. Si tolse di nuovo gli occhiali da vista, guardò dolcemente Pia, e continuò:

"Va bene Sarah. Mi senti?". Pia annuii col capo. "Molto bene. Ora voltati. Vedrai la stessa porta proprio lì, alle tue spalle. L'hai riconosciuta? E' la stessa di prima".

Pia era in silenzio, ma seguiva ciò che la sua ipnotista diceva lei.

"Incamminati verso quella porta di legno, Sarah. Afferra la sua maniglia dorata. Aprila e richiudila dietro di te." "Fammi sì con la testa quando l'hai fatto".

Dopo una decina di secondi, Ruth potè continuare:

"Bravissima Pia. Sei stata bravissima". "Ora sei nuovamente nel nostro bosco verde e lussureggiante. Alla tua destra ci sono tante altre porte. Rimani calma. Te la senti di continuare?"

Pia acconsentì.

"Molto bene. Dirigiti verso la seconda porta. Vedrai un'altra data scritta sopra. Me la puoi leggere?" domandò cauta Ruth.

"Non riesco a leggerla bene. La vedo sfocata"

"Rimani calma e rilassata. Calmed and relaxed, my dear. Mi puoi leggere i numeri che vedi scritti, proprio davanti a te?" insistette.

"...Millenovecento...."

Ero curioso di sapere. Sapevo di che porta si trattava. Ce lo aveva spiegato Ruth prima di iniziare la seduta di ipnosi. Il mio cuore batteva un pò più forte. Attendevo la risposta. Ero concentrato sulla bocca di Pia. Il microfono nella mia mano destra, il registratore nella sinistra. La fronte imperlata di sudore.

"...Millenovecentosessantuno"

"Bravissima, Pia" disse la Coxall tutta contenta. Quasi divertita. Eccitata. "Te la senti di entrare, mia cara Pia?"

Fece sì con la testa. Non so se, in quello stato, fosse in grado di ricordare a cosa sarebbe andata incontro varcando la seconda porta. Il suo coraggio mi provocò un leggero, timido sorriso.

"Molto bene, Pia. Allora rimani calma. Afferra la maniglia. Ed attraversa quella porta. Alza la mano quando sei entrata nella stanza e l'hai richiusa dietro di te."

Pia Cato continuò nel suo silenzio. Poi, con incredibile lentezza, sollevò pian piano il braccio destro.

"Bravissima, Sarah"

Avevo sempre più caldo. E avevo le farfalle nello stomaco.

"Siamo nel 1961. Raccontaci cosa vedi" la incitò Ruth.

"Sono distesa a letto. A casa di mia nonna" rispose.

"E poi? Sai cosa sta succedendo, dolce Sarah Jones?"

"No."

"Beh, mia cara...." disse Ruth Coxall. Si fermò un secondo. E poi, fissandola, disse a bassa voce:

"Stai per morire".

                                                                                 ...continua....

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lunedì, 20 agosto 2007

-Pronto, Ruth Coxall? Saaalve, sono Fabio Manfreda. Avevamo parlato al telefono settimana scorsa, si ricorda? Bene. Sì, è proprio qui accanto a me. Va bene per oggi pomeriggio...ehm... diciamo per le 6pm? Sì? Ok, see ya later. Byyyye!!!

Pia Cato sedeva di fronte a me, in un tavolino tondo al centro dello StudentBar del ThePark, il Campus più grande della University of Gloucestershire, a Cheltenham, Inghilterra centroccidentale. Aveva ascoltato la telefonata in vivavoce, e già la vedevo tesa. Tesa ed emozionata al tempo stesso. Il suo sorriso le illuminava il volto scuro, che chiaramente sottolineava le sue origini, lontane, non inglesi. Forse indiane. Comunque molto remote, per una nata e vissuta a Chelsea, quartiere decisamente in di Londra. Eravamo riusciti a farci ricevere, e avremmo realizzato il lavoro che Simon Turner, eclettico professore di Radio Production, ci aveva assegnato: un documentario radiofonico per BBC Radio4. Tema unico: "The Supernatural". Senza diritto di replica. Alle 6pm Pia si sarebbe fatta ipnotizzare, per esplorare gli angoli più reconditi della sua vita. Della sua vita precedente!

Alla guida della Mini Cooper c'era lei, perchè io, diciamocelo, non sono mai stato un asso al volante. Soprattutto in Inghilterra. Sulle mie gambe sedevano microfono e registratore, qualche appunto e una lattina vuota di Carling: non volevo essere totalmente sobrio! Vagavamo a sud di Gloucester tra i boschi del Cotswolds alla ricerca della dimora della nostra ipnotista, che non avevamo mai visto in faccia.

Dopo circa 25 minuti di strada arriviamo a destinazione. La mappa non ci aveva ingannati. Davanti a noi, una villa in sintonia col paesaggio regnava dall'alto il territorio selvatico e verdeggiante che la circondava, quasi sottomesso ad essa. Il portone era quasi sproporzionato rispetto al resto dell'abitazione, piuttosto piccolo e stretto, soprattutto se paragonato alle ampie finestre in vetro. E proprio sul portone ci accolse lei, fiera e sorridente.

Ruth Coxall di professione ipnotizza le persone. I suoi, numerosi clienti la pagano fior di quattrini per svariati motivi: smettere di fumare, controllare lo stress, risolvere gli stati ansiosi, curare la depressione, riconoscere fobìe inconscie, e, anche, far riaffiorare i ricordi delle vite passate. Past Life Regression Therapy si chiama. O, più semplicemente, PLR. Ricordo delle vite precedenti.

Era una donna sulla cinquantina Ruth, piuttosto alta e molto magra. Portava i capelli corti e tinti, un biondo cenere con sporadici colpi di sole quà e là. La sua voce era tranquilla e pacata, il suo accento neutrale, very british. Ci fece entrare in casa e accomodare su un comodo divano in pelle bianca. E, da buona inglese, ci offrì pasticcini e tea, allungato con due gocce di latte. Il mio preferito.

Dopo dieci minuti eravamo pronti: Pia era distesa sul divano accanto a me, con gli occhi chiusi, perfettamente immobile. Io reggevo microfono e registratore. Ruth era davanti a noi, seduta su una bella sedia antica color legno. In sottofondo, musica d'atmosfera. Dopo qualche istante di silenzio, Ruth Coxall prese la parola:

"Rimani calma, Pia. Calma e rilassata. Chiudi gli occhi. D'ora in poi, smetti di pensare, e ascolta solo la mia voce.

Immagina di essere in un bosco. Vedi, attorno a te, gli alberi lussureggianti? Bene. Cammina Pia, vai avanti e non ti fermare. Alla tua sinistra c'è un ruscello. Superalo. Ascolta solo la mia voce. E rimani calma. Calma e rilassata.

Davanti a te ci sono dei gradini in pietra e una strada sterrata. Percorrila. Brava Pia, non ti fermare. Và avanti. You are calmed and relaxed.

La senti la brezza accarezzarti? Il sole scaldarti?" - Pia annuì timidamente - "Molto bene. Rimani calma. E voltati, lentamente, a destra".

La musica era sublime in background. Quasi soporifera.

"Sulla tua destra ci sono numerose porte, Pia. Sei in grado di visualizzarle?" chiese Ruth, immaginando già la risposta. Pia fece sì con la testa.

"Molto brava. Cammina verso la prima porta, cara. Stay calmed. Ci sei? Ok. Descrivimela."

Pia rimase in silenzio per qualche secondo. I suoi occhi erano rimasti chiusi dall'inizio della seduta. E io non capivo se era ancora cosciente o se era già entrata in trans. Ma ebbi subito la risposta: "E' una porta di legno enorme, ruvida e venosa. Ha una maniglia dorata. E c'è una data" disse, quasi a fatica.

"Leggimela!" la incitò Ruth.

Pia non rispose. Rimase in silenzio per 10 secondi abbondanti. Potevo percepire il suo respiro in cuffia. Si fece leggermente più affannoso. "Leggi la data, cara", le chiese nuovamente.

E così fece Pia: "La leggo chiaramente" disse a voce bassissima, quasi impercettibile. Un altro, breve silenzio, poi riprese: "Millenovecentoquarantadue".

"Bravissima Pia. Bravissima. 1942. Sei pronta ad aprire quella porta? Fai sì con la testa quando hai superato la soglia"

Pia Cato, dopo pochi istanti, fece sì con un leggero cenno del capo.

"Come sei vestita?" le chiese Ruth.

La domanda mi aveva sorpreso, Pia era in jeans e maglietta. Perchè un interrogativo così stupido?

Ma Pia, stranamente, rispose: "Ho una vestito di seta bianco, fino alle caviglie. E indosso scarpe color panna"

Non capivo.

"Bene cara" disse soddisfatta Ruth. "Quanti anni hai?"

PiaCato era dell'85 come me. Ma, invece di rispondere "Twenty-one", 21, disse:

"Ho 17 anni". Aggrottai la fronte. Fissai il suo volto rilassato e le mani raccolte sul petto.

Ruth andò avanti: "Ora, di grazia, puoi dirmi come ti chiami?"

Guardai con aria stranita prima l'ipnotista, poi Pia Cato, facendo attenzione a non muovere troppo bruscamente il microfono.

Pia fece una leggera smorfia alzando il labbro superiore lievissimamente:

"Mi chiamo Sarah. Sarah Jones".

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