giovedì, 16 agosto 2007

Lo ricordo perfettamente, come se fosse ieri. Era una calda giornata primaverile, una di quelle che ti fanno credere di essere in estate, se non ci fosse l'obbligo della scuola, dei compiti, dei papà ancora senza ferie. Era da poco passata la contro-ora: dalle 2:00 alle 4:00 non si poteva giocare a pallone: la gente riposava. Il sole batteva ancora forte, e la sua luce traforava l'alta cancellata di ferro che separava il cortiletto della Signora Rosa dalla strada deserta, illuminando perfettamente il nostro campo da gioco improvvisato.

Ero con Domenico, Gianrocco e Semy, amici di infanzia e compagni di scuola dalla prima alla quinta elementare. Che belle che erano, le elementari. Ci addentravamo nell'ennesimo due-contro-due. Vincevo sempre, se giocavo con Gianrocco. Non cambiavo mai squadra. Ovviamente. Ai bambini, si sa, non piace perdere, e io non ero certo un'eccezione.

A 5 minuti dal calcio d'inizio, il risultato era, come di consueto, a nostro favore: Due a Zero secco. E doppietta di Gianrocco. La squadra avversaria era in affanno. Semy non ha mai avuto i piedi buoni, tanto da meritarsi l'appellativo di scarparo. All'ennesimo tiro sbilenco, la palla va alta, supera la cancellata e si guadagna la libertà. Fuori. In strada.

Lo ricordo come se fosse ieri. Apriamo il cancello, usciamo e cerchiamo il pallone. Semy era certo scarparo, difettava di mira ma non di potenza: la palla era finita chissà dove. Nel frattempo la via si era ripopolata. Le mamme accompagnavano i figli in piscina, i vecchietti litigavano seduti sulle panchine verdi, discutendo del fallimentare Primo Governo Berlusconi, appena caduto. Ricordo che Berlusconi mi era simpatico ai tempi. Ma avevo 9 anni. Ai tempi.

Perlustravamo la zona da qualche minuto. In fondo il pallone doveva essere proprio lì, sotto i nostri occhi. Magari tra una macchina e il bordo del marciapiede. O sotto la Fiat Uno parcheggiata sull'altro lato della strada. Ovviamente Semy era l'oggetto dei più variegati insulti: va bene essere scarparo, ma perdere il pallone proprio no. Tra una risata di scherno e un "L'ho trovato" (il solito falso allarme), vediamo davanti a noi una moto, di grossissima cilindrata, arrivare a tutta velocità e fermarsi bruscamente a 10 metri di distanza. La moto, lo ricordo bene, era bianca a chiazze rosse. Un rosso fuoco, acceso, vivo. A bordo due uomini, vestiti di nero dai piedi alla testa, che tenevano nascosta dentro caschi integrali color pece.

Lo ricordo come se fosse ieri. I due erano in mezzo alla carreggiata: noi quattro alla loro sinistra, due uomini alla loro destra: uno alto e snello, sulla quarantina, l'altro basso e leggermente grassoccio, pensionato, capelli bianchi e grande sorriso. Lo vedevo tutti i giorni, al bar sotto casa, con LaGazzettaDelloSport piegata in tre sotto il braccio. A volte me la faceva leggere.

Lo ricordo come se fosse ieri. Il passeggero, quello dietro, con uno scatto si alza e scende dalla Honda, ancora in moto. Istintivamente ci guarda dal casco integrale, per rigirarsi immediatamente, in maniera un pò scomposta, ma sicura e decisa. Si dirige velocemente verso i due del marciapiede opposto al nostro. Infila la mano destra, avvolta da un guanto, nella tasca della giacca di finta pelle. Estrae una pistola. L'amico fa altrettanto, tenendo una mano sul freno.

Lo ricordo come se fosse ieri. Accadde tutto nel giro di pochissimi secondi, che a me parvero minuti infiniti. Un rumore forte, assordante, duro e secco. Un altro. E un altro ancora. Boom, boom, boom. Erano spari. Li sentivo per la prima volta. Ci misi un pò a capirlo.

Il cecchino numero due si volta. Muoveva la testa a scatti, forse a causa del peso del casco integrale. Si volta e ci guarda, per la seconda volta. Un pò più intensamente, più a lungo.

Sentii un vuoto nello stomaco, come quando vai sulle montagne russe, e la vettura sale, sale, sale. E tu sai che lì c'è la discesa. A strapiombo. Odio le montagne russe. Avvertii la stessa sensazione, un misto di ansia e paura. E io odio anche quella sensazione. Mi guardava. L'uomo in nero mi guardava, fisso negli occhi. La pistola riluceva sotto i raggi del sole, fiera e soddisfatta del lavoro portato a termine. Non so dove fossero in quel momento Domenico, Semy e Gianrocco. So solo che non ero in grado di muovermi. Di fare un passo, di accennare un falso sorriso, di alzare un braccio. Ero fermo. Un manichino.

Lo ricordo come fosse ieri. Sentii un grido. Disperato, altissimo e femminile. Un pianto e un lamento. Il pistolero si gira, muovendo il capo a destra e a sinistra. Appoggia la mano sinistra al braccio dell'amico, tenendo libera la destra, quella che impugnava l'arma. Allarga una gamba e insella la Honda. La moto accelera bruscamente, facendo sobbalzare i due. Sfreccia davanti a noi per perdersi tra i vicoli di Brindisi.

Ci misi un pò a rendermi conto di averla scampata. Illeso. Incredibilmente. Domenico, Semy e Gianrocco erano proprio accanto a me. Rimanemmo in silenzio per pochi istanti, rivivendo mentalmente l'accaduto e cercando di chiarirci le idee. Davanti a noi, due corpi per terra inermi, sporchi e sanguinanti. Una donna piangeva e bestemmiava tenendo la testa del quarantenne tra le mani tremanti.

Lo ricordo come se fosse ieri. La signora Rosa ci accompagnò in casa. Era più affettuosa del solito. E per la prima volta non sbagliò i nostri nomi. Chiuse il cancello di ferro e ci diede del gelato. Panna e cioccolato. Un gelato-biscotto. Non ci offriva niente, di solito.

Il sorriso era sparito dal volto del pensionato grassoccio. E io, il pallone non l'ho mai più trovato.

postato da: FabulousFab alle ore 20:47 | Permalink | commenti (22)
categoria:ricordi, mafia, schifo